La recensione - Punzo, la libertà nel limite

di LAURA GNOCCHI*

Non è facile dire che un libro è bello quando si ha la sensazione di non averlo capito fino in fondo. O più che capito, vissuto. Ma “Un’idea più grande di me” di Armando Punzo è un bel libro. La difficoltà viene dal fatto che, differentemente da chi scrive, Armando Punzo è un artista. Un artista totale in cui il teatro è totalizzante.

In questa autobiografia scritta in forma di dialogo con la sua collaboratrice , scrittrice, critica, amica Rossella Menna e mandata alla stampe da Luca Sossella Editore, Punzo racconta, principalmente ma non solo, l’esperienza che da trent’anni vive nel carcere di Volterra. Dove ha fondato la Compagnia della Fortezza e da dove i suoi lavori sono usciti per conquistare premi e critica in tutto il mondo.

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(foto Compagnia della Fortezza)

Il fascino del racconto di Punzo sta nella mancanza di aneddoti (da uno che, si suppone, ne avrebbe da raccontare a iosa). L’infanzia a Cercola, in pratica Napoli, è quella abbastanza standard per i bambini nati a fine anni Cinquanta. Non racconta di drammi famigliari, ma piuttosto di giornate sufficientemente serene e anche felici e di un passatempo non così comune, la caccia.

Sull’adolescenza Punzo scivola via inquadrando quel periodo cruciale con una definizione di fulminante lucidità: “So che è inevitabile, ma non mi piace il fatto che per crescere sia necessario contrastare chi si ama”. Della politica, tentazione inevitabile per gli spiriti inquieti di quel periodo, denuncia il limite più grande: mirare a migliorare la condizione umana. Che è sì importante, ma non sufficiente a chi quella condizione sente di doverla scardinare. Le domande che Punzo si fa sull’uomo e sulla sua natura sono molto più radicali.

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(foto Compagnia della Fortezza)

In un inquieto decennio, dai venti ai trent’anni, la sua principale occupazione è scappare. Viaggiare e cercare. Senza mito delle radici. Anzi, il ritorno a Cercola non è altro che una conferma del perché quelle radici, seppur riconosciute, sono state tagliate.

La fuga lo fa approdare all’Orientale di Napoli. Dove non si laurea , ma passa il tempo a conoscere persone, a scoprire teatro e antropologia. Fuga e amore lo portano in giro per l’Europa e poi (casualmente? ) a Volterra. Dove vive una breve (oggi lo chiameremmo workshop) ma immersiva esperienza corporea e mentale. Sveglia all’alba, silenzio, ricerca di un’azione , diversa per ognuno, che scateni l’energia nascosta del corpo e porti all’armonia. Prima allievo poi guida, Punzo racconta di estenuanti pomeriggi a ripetere sempre lo stesso movimento, di piaghe ai piedi e di improvvisi slanci di energia come se qualcuno al di fuori di te ti afferrasse e ti slanciasse avanti. Quando l’Avventura , così si chiama il gruppo, finisce, Punzo si trova a Volterra. Mette in scena alcuni lavori, crea un’associazione Carte Blanche, che ha sede davanti al carcere.

Così, da artista, Punzo racconta come gli è venuta l’idea di passare dal davanti al dentro. “Un giorno ho alzato lo sguardo e ho pensato: i detenuti non hanno niente da fare , hanno tantissimo tempo libero e nessun pensiero pregresso sul teatro, nessuna eredità. Insieme potremmo rifare tutto da capo. E ho chiesto di entrare”. È il 1988. Punzo riconosce che a farlo entrare è la politica: Volterra è una città comunista in una regione rossa.

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(Rossella Menna e Armando Punzo)

Inizia così un percorso che nessuno però pensi di etichettare come pedagogico. A Punzo non interessa intrattenere , nè ancor meno recuperare i carcerati. Alle persone che incontra (cutoliani, terroristi) dice che non vuole sapere perché sono in carcere. Non gli interessa. Quello che conta sono le potenzialità che quella situazione offre. “Io mi sono sempre sentito ingabbiato, ma all’interno di quelle mura la condizione di detenzione percepita e quella reale combaciano. Sono davanti a una prigionia che non mi sto inventando, che si vede. Perciò l’idea di libertà fa attrito con una concretezza del limite che consente di lavorarci meglio. La cella del carcere per me è come la cella di un monaco: proprio là dove non sembrano esserci opportunità, fioriscono opportunità speciali”.

Per trent’anni queste opportunità speciali sono fiorite trasformandosi in un’opera all’anno (per prima La Gatta Cenerentola perché tanti detenuti erano napoletani…). E poi Shakespeare, Brecht, Genet che vengono raccontati, smontati e sezionati dalle domande di Menna e dalle risposte di Punzo.

Che spiega però anche di come ha da sempre fatto i conti con la città in cui si muoveva e che sentiva di rendere partecipe e di come ha dovuto far sue anche alcune pratiche carcerarie, spesso incomprensibili agli esterni, perché non si ingigantissero e diventassero intoppi .

Una delle dimostrazioni più eclatanti di come il teatro può cambiare il mondo, Punzo la fa rilevare nell’atteggiamento di alcune guardie carcerarie che, partite scettiche se non addirittura ostili, sono invecchiate in quella esperienza diventandone custodi e tramandandole a chi veniva a sostituirli…

Pratiche in attesa di teoria si chiamava il progetto portato avanti da Punzo nel 1983 con l’Avventura di Volterra. E alla fine il suo sembra proprio ancora questo: una pratica, quella del teatro, che certamente ha affinato la sua teoria. Ma che è ancora, e sarà probabilmente per sempre, ricerca. Perché se “Ogni generazione ha una sfida all’orizzonte”, la nostra per Punzo è delle più impegnative : “Superare l’Homo sapiens e andare incontro all’Homo Felix”.


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"Un'idea più grande di me"  Armando Punzo e Rossella Menna

 editore Luca Sossella    pagine 399   prezzo 25 euro 

http://www.compagniadellafortezza.org/new

*LAURA GNOCCHI  (58 anni, giornalista in tanti giornali tra cui Repubblica, dove ho diretto il Venerdì. Ora lavoro in tv con Gad Lerner. Una cosa di cui sono orgogliosa: l’idea di intervistare tutti i Partigiani ancora viventi. Lo stiamo facendo, e con l'Anpi abbiamo raccolto i loro racconti in un libro, "Noi partigiani". Una cosa di cui mi vergogno: aver avuto un fidanzato genoano)

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