Gli zombie trumpiani che sopravviveranno a The Donald

di MAURIZIO FORTE*

Vivo a Chapel Hill, North Carolina, nel cosiddetto triangolo della ricerca (che ha un altissimo tasso di popolazione con PhD), dove convivono tre grandi Università: University of North Carolina, NCSU, North Carolina State University e Duke University (molto famosa anche perché ha vinto più campionati di basket nazionali di qualunque altra) dove insegno archeologia classica, neuroarchaeology e tecnologie digitali. Vivo a poche ore di auto e treno da Washington DC, questa è la mia “finestra sul mondo americano”.

Dal dicembre 2019 ho la doppia cittadinanza. Ho due figli americani, io e mia moglie siamo naturalizzati dopo oltre dieci anni di vita e lavoro negli USA. Abbiamo sempre desiderato votare e partecipare alla vita politica del paese, cosi come votiamo ancora nel nostro, l’Italia. Abbiamo votato Biden, ma purtroppo quando Trump è stato eletto non eravamo ancora cittadini e abbiamo solo potuto assistere allo sfascio progressivo di un paese in apparente crescita dopo l’amministrazione Obama. Il successo di Trump è arrivato imprevisto: era un candidato terribile, impresentabile sotto molti punti di vista, misogino, ma una star della TV, ricchissimo, un grande manipolatore di social media che ha usato in modo fraudolento per tutto il mandato. Era comunque l’homo novus, senza un passato politico, atipico, esotico e quindi attraente per chi demonizzava la dinastia dei Clinton e sognava un futuro diverso per i Repubblicani. Soprattutto un futuro diverso dalla consueta alternanza democratica-repubblicana. E cosi è andata nel 2016.

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E anche quando ha perso (regolarmente) le elezioni, nel 2020, ha comunque ottenuto oltre 70 milioni di voti. Se si esamina la retorica di Trump nei discorsi o nei Tweet è molto rozza, piena di slang, informale, spesso infelice ma semplice, efficace, aggressiva, a tratti comica. Una retorica demagogica e piena di un nazionalismo violento, il muro con il Messico, la demonizzazione dei migranti, la criminalizzazione della scienza e dell’ambientalismo, l’autarchia economica, l’uscire da tutti i trattati possibili, l’idea corporativa di business e profitto applicato a tutto e tutti, il supporto alle teorie complottiste, l’odio assoluto verso l’idea liberal di educazione civica e sociale, verso le istituzioni democratiche. In breve una idea totalitaria e individualista della presidenza.

Molti si chiedono come è possibile che abbia convinto cosi tanti simpatizzati e sostenitori, compresa la bufala delle elezioni truccate. La risposta migliore mi viene da un sillogismo: se la verità è autorevole e il Presidente degli Stati Uniti lo è, quello che dice il Presidente è vero, perché autorevole. E da li in poi Trump ha manovrato il suo elettorato-zombie come soldatini, qualunque cosa dicesse o facesse. Una occasione imperdibile per molti politici repubblicani che senza sforzo si sono ritrovati un esercito di adepti-non pensanti o altrimenti indottrinati. Molti seguaci di Trump non valutano informazioni alternative, sono adepti perché si esaltano nel proprio credo, rivendicano un’idea degli USA storicamente inesistente, di qui “make the America great again”, l’opposto dell’America di Obama. Come abbiamo visto anche in Europa il nazionalismo radicale è convincente per molti e in periodi di crisi, migrazioni e conflitti sociali lascia intravedere l’utopia del ritorno “all’età dell’oro”, al recupero di una identità culturale che non è mai esistita. Il mito del “ritorno alle origini” maschera una grande insicurezza che si trasforma nel voler dimostrare il primato della nazione contro tutto e tutti.

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A questo si aggiungono diverse teorie cospirazioniste e virali come QAnon (un movimento cresciuto e alimentato on line), ad esempio, che sostiene che Trump sia il paladino che combatte sette di democratici pedofili, adoratori di Satana (fra cui anche il Papa). Da qui poi QAnon si è spinta oltre, posizionando Trump come salvatore del mondo, scelto da una rete segretissima di militari e da sette che predicono il futuro. Sembra folle, ma non dimentichiamo che gli USA sono il paese di scientology, di religioni nate da alieni o da profeti improvvisati. Tutto e il contrario di tutto è possibile.

L’aspetto più interessante delle teorie cospirative è la creazione di realtà alternative che diventano consolidate attraverso il messaggio mediatico, i social media prima di tutto. La realtà alternativa, immaginaria e performativa, corrobora il fanatismo, lo nutre di aspettative e lo popola di devoti, diventa insomma una dottrina. I social media poi sono il veicolo perfetto del messaggio, quasi impossibile verificare l’origine del meme, ciò che diventa affabulante si diffonde in rete, come un virus. Nessuno è interessato a cercarne l’origine, ci si accoda perché esso alimenta utopie altrimenti irraggiungibili. Non mi stupirei se un giorno i seguaci di QAnon profetizzassero la vita eterna per i propri adepti.

Un vecchio amico ed ex collega italiano del Cnr un giorno mi scrive su Facebook: “Ma che ci fai in America? Come fai a vivere li?”.  Non ho risposto, ma ci ho pensato su a lungo. L’ America non esiste per me, ci sono gli Stati Uniti che sono un paese enorme, estremamente frammentato a livello etnico, geografico e culturale, un paese complesso. Forse potrei dire: il mio lavoro di ricerca, il vagabondaggio per il mondo, le prospettive per i miei figli, le sfide intellettuali, quello che ho realizzato per la mia famiglia, ecc. ma in realtà penso che la risposta più sensata sia questa: perché da qui capisco il mondo e vedo cose prima che avvengano altrove, qui vedo il futuro, in tutta la sua crudezza. Chissà, forse un giorno saprò anche la data dell’Apocalisse! Lo vedo meglio grazie alla magnitudine dell’America, al suo impatto sul pianeta. È un sentire il mondo in senso olistico, ma anche doloroso, malinconico, estremo, significa percepire un pluralismo di azioni, pensieri e sentimenti contrastanti, a volte nitidi, vibranti, energetici, altre volte opachi, sinistri ma predittivi. Non è facile ma ti fa crescere. La mia famiglia è cresciuta qui.

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Gli Stati Uniti sono un grande catalizzatore, un contenitore pazzesco di idee, ideologie, manipolazioni di massa, radicalizzazioni ma anche di democrazia, nelle sue più svariate sfumature. Ho vissuto diversi anni nella California più “liberal”, Berkeley, Stanford, la Silicon Valley, ma poi ho conosciuto anche il Sud degli USA, il North Carolina e poi ho visitato il Sud più a Sud del Sud, gli “stati confederati”. Ho capito che la guerra civile non è stata ancora metabolizzata, perché i suoi esiti condizionano ancora profondamente la società e il suo pensiero, ferite aperte. Ho visto a Chapel Hill e Raleigh (aree urbane liberal) la distruzione o rimozione di statue confederate, come se il conflitto fosse ancora aperto, come se i sudisti potessero risbucare con i loro cannoni e le loro bandiere ed ideologie, come se l’America non si fosse mai riunita. Le statue, media e icone del passato, fanno ancora paura e rabbia, sono simboli di razzismo, schiavismo, diseguaglianza sociale, spesso celebrano un' età storica che disturba molto le comunità del presente.

Quando ho visto il Campidoglio americano devastato, occupato, vilipeso da una ciurmaglia impazzita, disperata, con molte bandiere confederate, gli zombie di Trump, non ho solo visto l’America, ho visto i rischi nel futuro dei paesi democratici, laddove l’esasperazione del diritto individuale populista, indottrinato, narcisistico, anarchico e demagogico può portare alla distruzione dello Stato democratico, alla prevaricazione selvaggia ed egotica della massa che vuole essere liberata e sdoganata dal tiranno di turno per imporre il proprio cambiamento in modo totalitario. “Abbiamo vinto” perché’ lo dice il nostro leader, perché è vero”! Il tiranno caccia le cosiddette “elites” al governo e si fa paladino della rivoluzione sociale. Niente di nuovo, fenomeni che conosciamo sin dal primo millennio a.C. nel Mediterraneo, la tirannide.

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Nell’invasione del Campidoglio che tutto il mondo ha visto in diretta c’era lo stridore di una massa umana feroce, vendicativa, acciaccata di sudore, slogan beceri, bandiere e bandane stinte (tutte pro-Trump), pseudo-sciamani, colori e loghi di ogni movimento di ultra-destra avversi al biancore lindo dell’edificio neoclassico, dei suoi drappi, velluti, statue, tappeti, quadri ottocenteschi e di quelle scrivanie dal sapore antico, un edificio inerme, silenzioso, altrimenti. Ecco, mi sono immaginato gli zombie di “walking deads” che attaccano tutto quello che è diverso da loro, sono vittime e carnefici che operano con pochi comandi ma sufficienti a renderli micidiali. Questi movimenti di protesta dell’ultra destra americana, razzisti, suprematisti bianchi, gang armate sino ai denti, fieri del secondo emendamento (che li autorizza a portare armi di difesa) si sentono “patrioti’, vivono il nazionalismo esasperato a tal punto da dover uccidere le istituzioni, lo Stato che li ha creati ma forse non li ha educati, o non gli ha lasciato prospettive credibili.

Se rivediamo i filmati della rivolta, gli slogan erano pro-Trump ma soprattutto pro USA (ma quale USA?): U-S-A, U-S-A, U-S-A con annesse bandiere americane e confederate. Quindi in questa specie di paradosso storico i rivoltosi “patrioti” attaccano il parlamento e i simboli democratici perché non li rappresentano più, il Congresso li ha delusi, abbandonati,  le elezioni non paiono credibili, il tiranno li ha abbacinati per quattro anni. Non conoscono la sconfitta, i collegi elettorali, devono prevaricare nell’idea fascista che vede la democrazia debole, inetta, non adatta al governo, una perdita di tempo. I “veri americani” devono ricostituire il paese dalle basi, vanificando una democrazia, debole, malata e obsoleta. Trump è l’eroe tiranno, la chiave per un sogno totalitarista, dove vince chi crede nel proprio destino. Un paradosso di questi giorni è che i rivoltosi che sono stati incriminati per l’attacco al Campidoglio (incluso il Presidente) si sono richiamati al primo emendamento (libertà di espressione) come giustificativo politico della sovversione elettorale e dell’attacco al governo. I “patrioti”, il Presidente-imperatore contro il suo governo, incapace di seguire ogni regola di buon senso in un regime di diritto.

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In questa invasione distruttiva contro l’edificio più rappresentativo di Washington, sede del parlamento, ho intravisto quelle che in antropologia chiamiamo “post-State” societies, le società che nascono dalla distruzione dello Stato di diritto, dalle catastrofi naturali e umane, anche dalle pandemie. Quello che potrebbe succedere quando si abbatte l’intero apparato di governo perché non è più considerato rappresentativo, credibile e va distrutto. Non siamo poi così lontano dalle post-State societies se pensiamo all’emergenza COVID che ha quasi annientato le capacità degli ospedali americani e del sistema sanitario. Nelle fiction gli zombie, i walking deads, marciano in strade semideserte, ripopolano il tessuto urbano con gruppi di umanoidi barcollanti e feroci. Le comunità si adeguano, persa ogni forma di governo e controllo si auto-organizzano, si definiscono su base individuale e non più collettiva, si inventano nuove forme di economia e gestione sociale, si schierano.

Molti hanno scritto che questa rivolta di terroristi bianchi, QAnon, Proud Boys, far-right, KKK, militia con ossessioni radicali non è l’America; questo estratto di violenza antidemocratica contro le istituzioni non è l’America. Non è cosi: questa, o meglio anche questa, è l’America, un paese con diseguaglianze sociali estreme dove l’ingiustizia sociale si è drammaticamente acuita nella crescita esponenziale delle corporation, dove la classe media tende a scomparire nella bipolarizzazione del paese, dove il razzismo è consolidato anche nella violenza degli agenti in divisa, dove la crisi delle grandi metropoli industriali ha minato la credibilità del sogno americano. 

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La democrazia è debole perché è vista come un costo sociale inutile, una idea elitaria, non proiettabile nel futuro. Assieme agli zombie di Trump ci sono gli strateghi dell’estrema destra, i politici Repubblicani populisti e nazionalisti che speculano sulla violenza e i sogni incompiuti del demo. Una volta che la dottrina è creata, il prodotto mediatico pronto, non ci vuole molto per aizzare masse armate che sono sempre state latenti ed emarginate in passato ma non sono mai scomparse. Il terrorismo domestico è vivo per questo. Credere che il Trumpismo sia finito con Trump è un grande errore, la “Trump legacy” sopravviverà, questa radicalizzazione nazionalista, demagogica e antidemocratica andrà oltre. Questa legacy, bianca e fascista, si è unita nell’idea di smantellare l’identità storica americana di società multietnica e multiculturale per creare una nuova identità fasulla ma compatta: una società tutta bianca, totalitaria, suprematista, autarchica, chiusa su stessa e sull’idea di superpotere.

Che accadrà ora? Oltre 80 milioni di americani (la prima volta nella storia) hanno votato Biden, hanno stigmatizzato uno dei periodi più tristi della storia americana, la presidenza Trump, ma non è sufficiente per cambiare il futuro. Trump termina il suo mandato in modo catastrofico: una rivolta civile, due processi di impeachment, 400,000 morti di COVID19, 23 milioni di casi a gennaio 2021 (completamente ignorato per tutto il periodo della sua presidenza), superiori alle morti americane della seconda guerra mondiale e della guerra del Vietnam e un paese diviso, saturo di odio.

Per ricostruire il paese occorre coesione ed eguaglianza sociale, uno stato più sociale, una nuova cultura dell’integrazione e rieducazione democratica, un accesso bilanciato alle risorse economiche del paese, partendo dalle scuole e dal diritto ad una istruzione adeguata, giusta. La bipolarizzazione economica e sociale estrema compromette la credibilità della democrazia. Bisogna vedere se la società americana saprà reinventarsi senza slogan ma con umiltà e una coscienza differente del proprio paese nel contesto mondiale. COVID19 ci ha drammaticamente insegnato gli effetti planetari della teoria del caos, è bastato “un battito d’ali di farfalla” in Cina per globalizzare il virus ovunque. Quale sarà l’effetto della dottrina Trump nell’evoluzione politica degli Stati Uniti e altrove? E è possibile immaginare una democrazia diversa dall’attuale?


*MAURIZIO FORTE (Ossessionato dal diventare prima poeta, poi chitarrista jazz, sommelier e infine grande cuoco, alla fine ha optato per diventare un archeologo per sentirsi dire spesso la famosa frase di circostanza: “archeologo? Ah che bello! lo volevo fare anche io da piccolo/a, poi ho deciso di fare un lavoro serio…”)


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