Da Vito, fra ricordi di Guccini e tortelloni di ricotta

di ANDREA ALOI*

A Bologna, in via Musolesi al civico 9, c’è una trattoria che ha un grande avvenire nel suo passato e nei suoi passatelli (parmigiano, noce moscata, pan grattato e uova), in brodo naturalmente. “Da Vito” è un Luogo con una elle molto maiuscola, saturo di memorie, grandi, minime e morali, di storie vere nate senza un perché, di echi di note e di parole. Ai tavoli con tovaglia bianca su classica tovagliona a quadretti rossi si sono nutriti e hanno fatto (molto, molto) tardi generazioni di studenti dell’Alma Mater Studiorum, tutti i grandi felsinei - o assimilati - della musica: Dalla, Carboni, Jimmy Villotti, il genius loci Guccini che abitava fino a qualche anno fa a un tiro di fionda, nella liturgica via Paolo Fabbri 43. E poi legioni di biassanot professionisti, biascicatori della notte, cioè tiratardi incalliti con zaini di delizie spassose e sapidi aneddoti sul paesone Bologna da raccontare a saracinesca abbassata, quando iniziava - e qualche volta inizia ancora - il “terzo tempo” riservato ai “Patalucchi”, i clienti più fedeli, e officiato da Paolo, il figlio del Vito fondatore (nel 1948), insieme alla moglie Fulvia, detta Rosa.

Il grande avvenire nel passato, proprio così, in virtù di un “gioco” raro. I giorni gloriosi, tra i Sessanta e gli Ottanta, hanno creato solida memoria, un ponte. I muri immutati di “Vito”, le storiche fotografie di liete brigate sulla parete a sinistra nell’ingresso, le due salette vetrate con tende verdone continuano a calamitare curiosi destinati a diventare abituées, ragazzi ed ex ragazzi o eterni regaz, come si dice a Bologna, gente di passo e gente del quartiere Cirenaica, che è un posto speciale di questa città-mamma, vicino al centro ma accuratamente separato dai suoi vizi peggiori, come l’apparenza condita di orgogliosa ignoranza dei nuovi ricchi, categoria che peraltro non ha vita facile nella “fosca turrita” carducciana.

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Questa “trattoria-e molto-di-più” non smette di produrre, sull’onda di mille serate e nottate consegnate al mito, tempeste di dialoghi alcolici, sogni di mezza estate e nuove nostalgie appena nate e già urticanti, perché basta un paio d’anni per pungersi col ricordo di quando lei ti stringeva la mano da sotto il tavolo e adesso chissà. Nel mondo-paese di “Vito”, dipinto da un velo di blues, non si smette mai di piantare buoni e umani semi, si muore - e si trasloca dal mondo - solo per rinascere. Paolo l’erede - postazione nell’ingresso, tavolo a destra, da un lato la calcolatrice per i conti, dall’altro spesso un piatto di tagliatelle - ci mette del suo, sa custodire il microclima adatto, non è avaro di rievocazioni, su Bonvi (fumettista insigne posseduto dal demone dell’alcol e travolto per strada da un ubriaco) e Giorgio Comaschi spigolatore di vite rossoblù, sul chitarrista emerito di Guccini Flaco Biondini e il suo agente Renzo Fantini, sulla famiglia Galavotti, padre, madre e figlia che sembravano usciti da un quadro di Botero e De André bresco duro (ciucco perso, NdA) che voleva tornare in auto a Genova e si perse dopo un chilometro e mezzo.

Paolo prodigo nel riscaldare i cuori con antiche gesta, non è da meno nell’accarezzare palati con una cucina bolognese onesta e rigorosa, via via migliorata, vagamente alleggerita senza penalizzare il sapore: ecco i passatelli (in casi fortunati a sguazzare nel brodo di cappone), le robuste lasagne vellutate di besciamella quintessenziali della bolognesità, le tagliatelle al prosciutto o al ragù (maiale, bovino adulto e concentrato di pomodoro), i tortellini-gioiello nati dalle mani delle sfogline, i purè, il pollo alla cacciatora, una carbonara da rispettare, le immancabili verdure AOP, ovvero aglio-olio-peperoncino, sempre presenti nel menu, come può testimoniare chi scrive per le ultime tre decadi. Si innaffia con barbera locale in bottiglioni, andando allegramente a consumo. E se in tavola ti arriva uno stinco intero di maiale arrosto, il nettare si scola a fiumi: operazione lecita solo per stomaci under 35. Ai fornelli ora officia Stefano, look da professore di Lettere. Non è uno chef, fa il cuoco. Oh gente, siamo da “Vito”, mica all’Osteria Francescana di Massimo Bottura (detto con i dovuti omaggi al nostro cuciniere più celebrato). E tranquilli, le sale da pranzo saranno anche fané, ma l’attrezzatura di cucina è “superpro”.

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Evocato il vino, evocato il Maestrone Guccini. Fino a vent’anni fa era lui il primus inter pares nel surf sulle ore piccole, tra schitarrate, dosi gargantuesche di whisky dopo libagioni abbondanti di rosso, disquisizioni a cavallo tra anatomia e toponomastica sui “piccoli e grandi labronici” e partite a tarocchino bolognese, gioco di carte sedimentato a Bologna da secoli e leggermente più complesso della meccanica quantistica. Non poche volte Francesco ha denunciato come leggenda la sua predilezione per il vino rosso, sostenendo con serietà: “Amo di più bianchi e rosé”. Sarà, ma a una cena tra famiglie in via Paolo Fabbri notai una certa sua confidenza con la magnum di barbera Bricco dell’Uccellone. Pagine archiviate. Guccini ha smesso di esagerare e di fare concerti, la scomparsa undici anni fa del suo agente e amico Renzo gli ha fatto sentire sulle spalle, col dolore, il peso delle stagioni e se ne sta a Pavana, gucciniana terra avita d’Appennino pistoiese, sempre più candido. Leggetevi il suo romanzo “Croniche epafàniche” e capirete di avere a che fare con un grande italianista.

“Da Vito” è un crocevia social ma vero, in carne e rosso, una trattoria dove si fa il filo alle ragazze conosciute in Università e si dipanano idee, si passa un sabato sera in gozzoviglia e si creano reti. Gli influssi del quartiere si fanno benignamente sentire, da lustri e lustri. La Cirenaica nasce, come il nome denuncia, ai tempi della guerra di Libia contro l’Impero Ottomano (1911-1912), vie disegnate a tavolino che si incrociano ad angolo retto appena fuori Porta San Vitale, molti gli edifici tirati su dalla Cooperativa Risanamento, a dire del dna sociale di Bologna, dove il Comune è chiamato “la Cmóṅna”: la cosa comune. Sono fili d’acciaio che pescano nel Medioevo pieno di una città dove nel 1256 si decise l’abolizione della servitù della gleba con la legge contenuta nel Liber Paradisus. Spiriti liberi e ribelli. Fatto sta che le strade del quartiere, un tempo dedicate a Tripoli, Derna o Bengasi , dopo la seconda guerra porteranno nomi dei partigiani, da Paolo Fabbri a Giuseppe Bentivogli, da Sante Vincenzi a Mario Musolesi, appunto, il glorioso, indipendente “Lupo” morto in combattimento a Marzabotto nel settembre ’44.

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Oggi il nome originario lo mantiene solo via Libia, col ponte omonimo che scavalca la ferrovia e porta dritti nel quartiere della Fiera. E buone testimoni del passato sono le villette mono o bifamiliari degli anni Venti, accoste una all’altra in via Paolo Fabbri, via Balugani, via Loreta. E lo stabilimento del cavalier Gazzoni, dove si produceva, fra l’altro, l’Idrolitina, ora riconvertito a usi non industriali.

La Cirenaica, vissuta a lungo dai bolognesi come “postaccio” non privo di pericoli per la presenza di personaggi poco raccomandabili lì mandati in domicilio coatto - una periferia da evitare, insomma - oggi è un esempio di integrazione tra bolognesi e immigrati da tutto il mondo, con tanto di apposite feste annuali. La zona alleva figure speciali, un po’ dentro e un po’ fuori dai binari, spiccati eccentrici diciamo, e poi ospita legioni di medici del vicinissimo ospedale Sant’Orsola e cultori di una bolognesità dotta e popolare insieme, com’è stato Mauro Mingardi, regista di culto assoluto, autore di corti e lungometraggi e legato a filo doppio col quartiere. Il centro non è più lontano come prima, resiste però una diversità, come nel quartiere del Pratello, ex zona malfamata amatissima dai famosi regaz d’ogni età. In Cirenaica la trattoria “Da Vito”, versione cibereccia del Bar Sport di Benni (per l’amor di Dio: leggetelo), ci sta come un topino nel formaggio e continua la sua resistenza umana al nulla che invade tempi e spazi come negli incubi reali del maghetto Harry Potter.CatturasJPG

Adesso scusate, ho fatto un tuffo carpiato all’indietro. È il 1993 e Alberto, storico cameriere con la faccia da giovane vecchio, di un magro tondeggiante e coi capelli corti spettinati a frangia, pavesato nella sua classica felpa grigio-grigia con greche e sequenze di lama all’altezza delle spalle (o erano alpaca?) mi ha appena servito dei tortelloni di ricotta e prezzemolo conditi burro (burro) e oro (passata di pomodoro). Una spolveratina finale di parmigiano e alé. Un buon boccone e si manda giù anche la nostalgia.