Alinari, e l'Italia com'era - 2 / Napoli, volti e vie

 di MARCELLA CIARNELLI*

“Napule è na’ camminata, int’e viche, miezo all’ate”, cantava quasi cinquanta anni fa Pino Daniele nel suo inno d’amore alla città che è la rappresentazione fisica e architettonica di un vecchio proverbio che si può far valere per molte cose. Dunque, se “il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale”, e se Napoli è una camminata da farsi nei vicoli, in mezzo agli altri umani che da queste parti ci sono sempre in gran quantità, non resta che affrontarla dalla parte più alta, dal belvedere che si stende davanti al Museo di San Martino, che se la batte con quello di Castel Sant’Elmo, lì a due passi. Solo che quello di San Martino è sempre a disposizione, è una terrazza pubblica.


guarda la videofotogallery:   "NAPOLI, VOLTI E VIE"



Spalle al museo, uno scrigno inaugurato nel 1866 per raccogliere i ricordi storici del Regno di Napoli, le carrozze dei re,  le barche della flotta, la pittura dei grandi dell’ ’800, un luogo dove c’è in mostra il più bel presepe che ci sia al mondo, donato nel 1879 da Michele Cuciniello che l’allestimento dei suoi pastori del ‘700 se lo volle curare personalmente compreso lo ”scoglio”, la scena principale della natività, e l’allestimento scenografico, ecco Napoli.

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(Coro delle Monache, chiesa di Santa Chiara          1920-1930 ca.             Archivi Alinari)


Il piazzale. A destra il golfo, il Vesuvio e l’isola di Capri. Davanti la città in tutto il suo splendore. Incredibilmente silenziosa. Lontana ma vicinissima, con la ferita di Spaccanapoli che l’attraversa in gran parte fin quasi alla periferia. Oltre, in lontananza c’è il quartiere dove Elena Ferrante ha raccontato la sua amica geniale. E da qui cominciano le scale, che si scendono e si salgono, accompagnate da orti e coltivazioni. Altra fatica. Sono quelle della Pedamentina, 414 scalini che uniscono il belvedere al Corso Vittorio Emanuele, una strada lunga più di quattro chilometri che a mezza costa collega piazza Piedigrotta a piazza Mazzini. Inaugurato il primo tratto nel 1853,  la strada sarebbe dovuta arrivare a Capodimonte ma i lavori non furono conclusi.

All’inizio il Corso fu dedicato alla regina Maria Teresa. Ferdinando II volle fosse dato quel nome alla strada e poi emanò un decreto che impediva la costruzione di edifici sul versante mare per preservare il panorama. Una visione rispettosa e lungimirante. Il sacco di Napoli era ancora lontano, le mani sulla città erano di là da venire. Ed effettivamente, tranne qualche eccezione, la strada forse più lunga della città è rimasta panoramica. Alla conquista di Napoli nel 1860  da parte di Garibaldi il re se ne scappò via mare e il nome della regina fu scalzato per far posto a Vittorio Emanuele.

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(Porto con rovine romane a Marechiaro           Fratelli Alinari   1920-1930 ca.                 Archivi Alinari)


Quei 414 scalini fanno parte di duecento percorsi pedonali che si intrecciano dal mare alle colline. Le scalinate in città sono 135, le gradinate sono sessantanove. Si scende, si sale, si incrociano gli scalatori per scelta o per caso. E per non affrontare la salita ci si può servire delle funicolari che sono quattro e portano tre al Vomero e una a via Manzoni per avviarsi verso Posillipo, il luogo del “sollievo dal dolore”. Le rotaie sono nella storia della città. La prima ferrovia partì proprio da qui verso Portici nel 1839. Solo sette chilometri. Ora Napoli vanta la più bella stazione d’Europa di una metropolitana. E’ quella di Toledo, immersa nel blu dei suoi mosaici. La capofila del più grande museo di arte contemporanea nel sottosuolo che mostra ai frettolosi viaggiatori 150 opere distribuite in 11 stazioni in un progetto riuscito di site-specific.

Il centro storico, il più vasto d’Italia (secondo è quello di Roma), tra i più grandi d’Europa, in parte patrimonio dell’Unesco, racchiude ventisette secoli di storia. E’ stato dipinto, fotografato, e l’archivio Alinari ne fornisce una importante e irripetibile testimonianza, i suoi vicoli sono stati incisi e ritratti a pennino. Il suo golfo è un modello come non ce ne sono altri. Un centro storico che è stato massacrato dalle guerre  e dai bombardamenti, che non hanno risparmiato neanche il monastero di Santa Chiara, e dai terremoti e dalle eruzioni vulcaniche, dalle malattie e dalla prepotenza, ma è sempre la testimonianza straordinaria di una città che non si è mai arresa. Per una forza interiore che ha poco a che vedere con l’arte di arrangiarsi, che viene spesso evocata da chi non ha capito.

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(La Tomba di Virgilio     Fratelli Alinari 1935                     Archivi Alinari)

Si avverte a Napoli una rigida divisione in classi che però sono predestinate a mescolarsi. A confondersi. A innestarsi. Si condivide tutto. La periferia è città e il centro non perde l’identità. Fenomeno non paragonabile ad altre metropoli, in cui il centro vive chiuso nei propri privilegi accogliendo gli altri solo per necessità. Negli antichi palazzi nobiliari abitavano anche i plebei. Certo, a livello cortile o nelle soffitte, ma era inevitabile il confondersi. I vicoli sono ancora una prerogativa abitativa del popolo, ma sono a ridosso delle grandi strade su cui si affacciano i bei palazzi della borghesia. I quartieri spagnoli finiscono in via Toledo. E l’intreccio ritorna ad essere inevitabile. La periferia nata dalla speculazione edilizia, i nuovi quartiere abitativi sono altro dall’antica struttura della città. Che ancora rivendica il suo primato. Che esibisce la sua forza capace di resistere a Svevi, Angioini, Aragonesi e Borboni esibendo palazzi imponenti e più di duecento chiese.

Napoli guarda dall’alto anche se osserva il mondo da un “basso” senza luce, che per vedere il sole ti devi mettere in mezzo al vicolo. Magari per fare un lavoro che resiste ai tempi o si è adeguato con la straordinaria duttilità di questo popolo: che ha subito invasioni, dominazioni, ha tentato di ribellarsi lasciando sul terreno Masaniello e i martiri del 1799, ma è riuscito sempre a conservare la propria identità, i tratti nobili di una plebe anche scalza ma sempre con la testa alzata, pronta a piegare la schiena per lavare i panni che restano il decoro costante dei vicoli, festoni che incorniciano le vite e uniscono i balconi anche di sconosciuti.

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(Facciata del Museo Archeologico Nazionale               Autore non identificato      15/11/1898                Archivi Alinari)

Gente a impastare maccheroni per poi metterli ad asciugare. Un’arte antica come quella di spremere limoni dietro il chiosco dell’acquaiolo,  un monumento agli agrumi di ogni genere, sostituiti poi da insulsi baracchini. "Acquaiuo'  l’acqua è fesca…", "manco ‘a neve". Non ti fidare di chi vende speranze, oggetti, fantasie. C’è chi chiede l’elemosina per chi è ancora più povero o gira ad acconciare i capelli delle donne, un po’ per dare ad essi una forma aggraziata, un po’ per conoscere tutti  i fatti del vicolo. Non a caso capere è un termine che il gossip lo batte di molte lunghezze. Si passeggiava sotto gli occhi dei gagà, a volte in bicicletta accompagnati dal cane; o da quelli che sempre ai primi del secolo portavano i ragazzini in passeggiata in Villa Comunale su un carrettino trainato dalle caprette. Si vedevano e si vedono ancora nascere dalle mani degli artigiani di San Gregorio armeno i pastori nipoti di quelli di San Martino. C’è Giuseppe con Maria, Gesù neonato con i Magi ma anche Maradona. O tempora o mores.

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(Presepe donato da Michele Cuciniello al Museo San Martino      Sommer, Giorgio 1880 -1890 ca.         Archivi Alinari) 

Si ritrovano nelle foto Alinari gli abitanti della città, nobili e straccioni, borghesi illuminati e ragazze belle di una bellezza antica. C’è Napoli con i suoi monumenti e i suoi saliscendi, con i panorami mozzafiato e il mistero della Cappella Sansevero che accoglie il Cristo velato, opera inquietante in marmo che si trascina da secoli il dubbio che sia il risultato di un’alchimia. C’è il Vesuvio che non ha ancora perso il pennacchio, prima di cadere in un sonno vigile quasi a guerra finita, nel 1944. Il parco Virgiliano da cui si  può vedere una Nisida non intaccata che conquista il mare proprio in quel tratto di costa in cui gli insediamenti industriali hanno impedito uno sviluppo armonico della città. Un monumento alla dismissione di un futuro industriale assieme al fallimento di un recupero che ancora non c’è stato.

Sembra a portata di mano Marechiaro ancora senza finestrella. Il mare con il Castel dell’Ovo in ricordo di Partenope, sfortunata sirena. E la collina di Pizzofalcone, il primo luogo abitato della città, ed era l’VIII secolo avanti Cristo. Già con un andirivieni straordinario. I Bastardi arriveranno poi, ai giorni nostri.


*MARCELLA CIARNELLI (Romana di ritorno, napoletana per sempre. Giornalista per passione sempre all’Unità. Una vita a seguire le istituzioni più alte fino al Quirinale senza perdere la curiosità per ogni altro avvenimento. Tante passioni: il cinema, il teatro, i libri, gli animali, il mare, i viaggi, la cucina, gli umani nelle loro manifestazioni più diverse…e la squadra del Napoli)

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