Giamaica, terra da Bond. James Bond

di GIORGIO OLDRINI*

Nel suo peregrinare avventuroso da Matera alla Norvegia, James Bond in questo suo ultimo film, “No time to die”, frequenta Paesi che, in modo meno avventuroso, ho visitato.  Per la sua pensione dorata, Daniel Craig 007 aveva scelto le spiagge e il caldo lusso di Port Antonio in Giamaica. Nel film si indugia sulla bella arena e si ammira il mare azzurro, dove è nato un villaggio per ricchi, più o meno pensionati. Terra di pirati la Giamaica del ‘600, con Henry Morgan che da qui è partito per assaltare Panama, Portobello e Maracaibo. Alla fine ne era diventato persino governatore, anche se si era installato dall’altra parte dell’isola a Port Royal. Poi proprio nella zona scelta da Bond per il suo pensionamento, erano stati impiantati i bananeti tra i più fruttuosi del mondo fino a quando, verso il 1930, una crisi dovuta all’invasione di un fungo che dissecca le piante di banana, li aveva quasi azzerati e ridotto Port Antonio nella miseria più nera e nell’abbandono.


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La salvezza per quella zona era arrivata negli anni ’50 del ‘900 quando l’attore Errol Flynn scelse proprio Port Antonio per passare lunghi periodi. Era uno dei divi più popolari di Hollywood, protagonista di mille film d’avventura che fecero epoca, con tre matrimoni e un numero infinito di belle donne sedotte e sbandierate, proprio come James Bond. Al seguito di Flynn sono arrivati attori e attricette, magnati e ricchi pensionati per passare periodi più o meno lunghi nel sole tropicale della Giamaica, ma lontano dalla capitale Kingston, uno dei luoghi più insicuri dell’America. Quando c’ero andato come inviato dell’Unità, la mia interprete mi spiegava “La sera non esco mai di casa. Se sono obbligata ad uscire lo faccio in automobile. E se mentre percorro una via e vedo da lontano un semaforo rosso, rallento e mi fermo ben lontano per evitare che qualche malvivente mi assalga mentre aspetto il verde”. 

Anni fa c’era stata una scena degna di James Bond. Era arrivato in visita a Kingston Juan Almeida Bosque, uno dei massimi dirigenti di Cuba. Aveva con sé 4 guardie del corpo che una sera, dato che Almeida era rimasto in ambasciata per una serie di incontri, uscirono in auto per una passeggiata. Fermi ad un semaforo rosso, vennero assaliti da due malviventi armati di coltellacci che nel giro di qualche secondo si trovarono 4 pistole puntate addosso, vennero disarmati in men che non si dica e costretti ad una fuga ingloriosa. Ma a Port Antonio niente di tutto questo, la sorveglianza è stretta e la sicurezza per i ricchi ospiti assicurata. D’altra parte la presenza di 007 è una garanzia.


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Dalla Giamaica Bond-Craig passa a Santiago di Cuba.  Un cammino fatto tante volte nel passato da giamaicani poveri che attraversavano il braccio di mare e andavano nell’Oriente cubano soprattutto a tagliare canna da zucchero. Alcuni sono rimasti definitivamente a Cuba e lo provano certi cognomi inglesi. Chi non ricorda il grande campione di pugilato Teofilo Stevenson? E lo prova la musica di Santiago dove ci sono, e sono solo in quella parte di Cuba, le steel band, gruppi che suonano indiavolati percuotendo lattoni e contenitori metallici, proprio come fanno i giamaicani.


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Ma nel film Santiago di Cuba è solo un nome. Si capisce subito che Craig non è stato in città, almeno non vi è stato girato nemmeno un fotogramma. Non si vedono quartieri, ma solo scorci semibui o interni che possono essere stati “rubati” ovunque. L’unico oggetto caratteristico che un occhio allenato può riconoscere sono le automobili sovietiche Lada, che a Cuba e anche a Santiago si sono mescolate con i “cacharros”, le Buick, le Studebaker e le altre megavetture statunitensi degli anni ’40 e ’50, sopravvissute alla Rivoluzione e al logorio del tempo. In compenso Craig-Bond è accolto a Santiago da Paloma, una bella agente cubana della Cia che lo aiuta molto. E’ l’attrice Ana De Armas, effettivamente cubana, senza dubbio affascinante, e non potrebbe essere altrimenti. Ma di una bellezza molto europea, con un corpo slanciato. Le donne di Santiago, soprattutto le nere, non possono fare a meno di un lato B molto pronunciato. I cubani scuotendo la testa dicevano delle cilene arrivate nell’isola esuli in fuga da Pinochet che avevano “un culo triste” e il vanto di una nostra conoscente era che “un bicchiere di champagne può rimanere in equilibrio sulle mie natiche. Ah, stando io in piedi”.

Alla prossima, Bond, James Bond.

*GIORGIO OLDRINI (Sono nato 9 mesi e 10 giorni dopo che mio padre Abramo era tornato vivo da un lager nazista. Ho lavorato per 23 anni all’Unità e 8 di questi come corrispondente a Cuba e inviato in America latina. Dal 1990 ho lavorato a Panorama. Dal 2002 e per 10 anni sono stato sindaco di Sesto San Giovanni. Ho scritto alcuni libri di racconti e l’Università Statale di Milano mi ha riconosciuto “Cultore della materia” in Letteratura ispanoamericana)

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