Fra paesini e cime leggendo Silone

di PAOLO IANNICCA

Quel pomeriggio di primavera dell’anno scorso i partecipanti giunsero alla spicciolata. Chi proveniva dal Veneto, chi dalla Lombardia, dal Trentino Alto Adige, chi dall’Abruzzo;  un paio di persone anche da Barcellona, in Catalogna. Ci ritrovammo al Passo del Diavolo nel Parco Nazionale d’Abruzzo, nel bel mezzo del nulla, per intraprendere un cammino di quattro giorni dedicato ad Ignazio Silone, l’autore di Fontamara. Io ero la guida.

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Tutti si aspettavano di finire in uno dei tanti paesini arroccati e semiabbandonati dell’Abruzzo interno, Fontamara dei giorni nostri; e che io estraessi un libro di Silone medesimo  dallo zaino,  per leggerne qualche passo ed augurare buon cammino. Invece no. Eravamo lì, al cospetto di una natura magnifica ma anche matrigna;  tirai fuori una vecchia guida dell’ Abruzzo e Molise, Touring Club Italia del 1948. Leggemmo:  “…Il fattore costante della loro esistenza (gli Abruzzesi, ndr) è appunto il più primitivo e stabile degli elementi, la natura... La vita vi si svolge (in Abruzzo, ndr) tutt’ora in forme severe, umili, dure, scarne, appena protetta da rudimentali veli ed orpelli, e i fatti essenziali della condizione umana (il nascere, l’amare, il soffrire, il morire) vi costituiscono press’a poco tutto quello che succede… Le montagne sono dunque i personaggi più prepotenti della vita abruzzese”.

 Per capire fino in fondo gli abruzzesi, Silone ed i fontamaresi bisogna iniziare dalla natura, dalle montagne aspre, inospitali. Così facemmo, e giorno dopo giorno ci avvicinavamo alla “civiltà”, con un lento progredire che solo i viaggi a piedi e zaino in spalla sanno offrire. Ci sentivamo viandanti in uno spazio geografico,  e i nostri pensieri vagavano nel tempo, nella storia e nella letteratura,  aiutati dalle opere d’arte che lo scrittore marsicano ha lasciato: il capolavoro Fontamara, Uscita di Sicurezza, Avventura di un povero cristiano…

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I cammini letterari richiedono sempre uno sforzo in più da parte della guida, che non deve solo caricare il necessario per i quattro giorni, ma anche i libri da leggere durante il viaggio. I più organizzati o tecnologici ricorrono alle fotocopie, o a un tablet. Io invece, non so perché, cado sempre nello stesso errore:  infilare nello zaino una pila di libri.  Però l’emozione di leggere quelle righe nei luoghi in cui sono state ambientate ripaga ogni volta dello sforzo.

 

Abbiamo ripercorso a piedi la Valle del Giovenco, dove piccoli borghi medievali se ne stanno  incastonati come gemme in un paesaggio dalla bellezza selvaggia ed ostile. Paesi minuscoli: Bisegna, San Sebastiano, Aschi Alto, Ortona dei Marsi non contano più di ottanta anime ciascuno, per lo più persone anziane.  Sono luoghi segnati dal tempo e dalla fatica di sopravvivere, dove gli uomini hanno strappato ogni lembo di terra possibile alle montagne brulle e ripide.

 Qui il turismo non è mai arrivato. Ci si ostina a zappare la terra e a ricavarne pochi prodotti genuini. A Santa Maria, un aggregato di case sperduto, vivono solo sei vecchiette;  l’atmosfera è ancora quella degli anni settanta del scorso secolo. L’insegna cigolante di un telefono a gettoni ti accoglie all’ingresso del paese. Da un magazzino buio con la porta spalancata proveniva un forte odore di terra, che  mi ricordò i profumi dell’infanzia. Quintali di patate stavano sparse sul pavimento, ed alcune donne anziane con la schiena piegata erano intente a raccoglierle nelle cassette di legno.

A Santa Maria  alcune case portano ancora i segni del terribile terremoto del 1915. Porte e finestre sventrate, le crepe che corrono lungo i muri,  la vegetazione che rigogliosa le ha invase. Quel giorno, giunti nella piccola piazzetta del borgo circondata da orti, due vecchiette avevano imbandito quello che loro chiamarono uno spuntino. In realtà, la tavola era invasa da prelibatezze: formaggio di pecora, salsicce secche di maiale, frittate, pizza schiacciata, pomodori freschi, rustici ripieni di ogni ben di Dio, crostate fatte in casa, vino locale, acqua di sorgente, frutta fresca. Guai a lasciare qualcosa in tavola. Le mansuete signore la avrebbero considerata un’offesa. Ci rimpinzammo, poi assonati e con la pancia piena riprendemmo la strada.

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 Nonostante una ventina di chilometri percorsi ogni giorno, alla fine del cammino Silone saremmo tutti aumentati di peso. L’ultimo giorno – era il primo maggio, festa del lavoro e compleanno di Ignazio Silone - entrammo a Pescina, il suo paese natale. Dalla rocca si gode un paesaggio straordinario,  le montagne lasciano spazio alle terre emerse dal gigantesco Lago del Fucino, prosciugato nel 1876. Quella landa fertile e piatta era il desiderio impossibile dei cafoni di Fontamara, ai quali spettavano solo i ripidi e pietrosi pendii delle montagne circostanti. Sulla tomba dello scrittore si legge: Mi piacerebbe essere sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con un croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza".

Questo è il  viaggio a Fontamara. Un pezzo d’Italia interna che ha sofferto l’emigrazione, la povertà, i cataclismi e la natura inclemente, ma che oggi ancora resiste e svela  bellezze e  umanità.



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