Capodanni

di LAURA GNOCCHI*

Saigon era Disneyland al confronto. Il capodanno triste di Saigon era Disneyland al confronto di quello targato Coronavirus. Ma io sono specializzata in Capodanni tristi. E quello del 2020, in casa in due, io e mio figlio di 12 anni, non mi ha fatto traballare.

I compagni dei miei Capodanni tristi sono sempre stati due carissimi amici, Gianni e Manuela (sì, certo, Gianni Viviani e Manuela Cassarà di Foglieviaggi).

Quella volta, ci trovavamo a Saigon. In Vietnam se ne sbattono del nostro inizio anno. Così a mezzanotte ad alzare i calici in un bar piuttosto sordido c’eravamo io, Gianni, Manu e due turisti tedeschi ubriachi che cercavano di consumare l’alba del nuovo anno con due ragazze prezzolate del luogo. Su un biliardo. 

Quell’altra volta eravamo a Bukara, Uzbekistan. Chi ci va in Uzbekistan in inverno con il freddo che fa? Nessuno. E infatti in un albergo delabrè il giusto per farti sentire in un’avventura, c’eravamo Gianni, Manu, io e un giapponese. Più i due autisti che ci portavano in giro perché nessuno di noi, ovviamente, parlava una parola di russo o uzbeko. E nessun uzbeko parla una parola di inglese.

Il nostro autista, Suleiman, era scolpito nella pietra. Una faccia da vero uomo che, nel tesserino che tirava fuori ogni volta che la polizia ci fermava, si stagliava fierissima su un fondo azzurro. Una foto ufficiale. Forse era nel Kgb ed aveva cambiato mestiere dopo la caduta dell’impero sovietico. Forse era nel Kgb e basta. Suleiman e il suo collega cucinarono il cenone, il solito spezzatino e verdure che abbiamo mangiato per tutta la vacanza. A mezzanotte, mentre in tv partiva un documentario su Karimov, presidente dittatore, Manu (che è pur sempre romana) cercò di movimentare la festa tirando fuori un piccolo panettone e una bottiglia di limoncello portati dall’Italia. “Facciamo una sfida a chi beve di più!”. Non so cosa le era preso, forse era il freddo.

Perché Suleiman, una volta capito che quel liquido giallo era alcol puro, iniziò in perfetto silenzio a trangugiare un bicchiere dopo l’altro. E finito il limoncello, continuò con la vodka. Una sequenza che ricordo infinita e che avrebbe precipitato chiunque di noi in un coma etilico. Lui non dava nessun cenno di cedimento. L’unica cosa che fece di strano fu invitarmi a ballare una danza uzbeka a me ignota, ma che somigliava a un kazachok russo. A fine ballo mi stampò un veloce bacio sulle labbra. Ah, allora anche lui era un po’ ubriaco! La mattina dopo, nonostante tutto quello che c’era stato tra noi, Suleiman era tornato il solito autista muto scolpito nella pietra.

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(Gerd Altmann da pixabay)

Un’altra volta ancora eravamo a Mandalay, Birmania. Botta di vita, per Capodanno decidemmo di mangiare in un ristorante indiano. Ma mica chic, anche perché allora (e credo anche oggi) in Birmania di chic c’era proprio poco. E poi noi abbiamo sempre viaggiato per conoscere, mica per spassarcela. Ma qui avevamo un po’ esagerato. Canale di scolo che passava di fianco ai tavoli, la cucina con  pentoloni sobbollenti agitati da un cuoco con ciuffi di peli che uscivano dalle orecchie. I peli delle orecchie più lunghi che ho visto in vita mia. Dopo aver trangugiato piatti indecifrabili (Manu sostiene che io ho festosamente accolto il cervello di capra, non avendo capito cos’era) ne avevamo abbastanza. Solito panettoncino arrivato dall’Italia piuttosto rinsecchito, brindisi e buon anno. Sì erano le nove e mezza in realtà, ma non era il momento di sottilizzare.

E poi c’è stato Istanbul. Lì, invece, c’era un bel movimento. Anzi un gran casino in piazza Taksim. Tanto che, per paura di rimanere imbottigliati, decidemmo di tornare verso l’albergo per festeggiare la mezzanotte, sempre in strada ma più vicino al letto. Ora, non è che fossimo in periferia, anzi la nostra “pansion” era proprio davanti ad Agia Sofia. Deserto totale. Ma totale. Erano tutti a Taksim. Così allo scoccare della mezzanotte, c’eravamo io , Manuela e Gianni con i bastoncini che fanno scintille in mano. Parcheggiato, un pullman dove dormivano tre soldati. Amen.

Potrei continuare con il capodanno di Vilnius dove il solito trio ha rischiato la vita in piazza, perché i Lituani sparano più dei napoletani e ad altezza d’uomo. O quello in cui a mezzanotte eravamo su un fiume gelato al confine tra Svezia e Finlandia, circondati da gente ubriaca che passava la notte tra una tinozza bollente e un tuffo in un buco fatto nel ghiaccio.

Ma preferisco tornare al Capodanno triste del 2020. Quando, per restare sveglia fino alla mezzanotte e accendere con mio figlio i bastoncini che fanno scintille, ho scritto un pezzo per Foglieviaggi guardando Masterchef. Tradizione rispettata. Buon anno.

*LAURA GNOCCHI  (58 anni, giornalista in tanti giornali tra cui Repubblica, dove ho diretto il Venerdì. Ora lavoro in tv con Gad L erner. Una cosa di cui sono orgogliosa: l’idea di intervistare tutti i Partigiani ancora viventi. Lo stiamo facendo, e con l'Anpi abbiamo raccolto i loro racconti in un libro, "Noi partigiani". Una cosa di cui mi vergogno: aver avuto un fidanzato genoano)

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