Autostop

di LAURA GNOCCHI *

Una volta prendevo passaggi dagli sconosciuti. Era un altro mondo, ero un’altra io. Mi succedeva quando perdevo il treno per andare al liceo in un paese vicino e allora facevo l’autostop. Mi succedeva in vacanza. Credo di aver corso qualche rischio, ma era il mondo i cui i cibi non scadevano, si sterminavano le zanzare con il Ddt e a scuola volavano gli schiaffi. Un altro mondo, appunto. 

Ho preso un passaggio a Cuba su uno di quei macchinoni americani. Eravamo, io, la mia amica e i nostri zaini, nella piazza di Santiago. Ci avevamo messo più di un giorno ad arrivarci. Imparando sulla nostra pelle cos’era la coda in un paese socialista.  Non c’è tanta gente a dover fare il biglietto alla stazione degli autobus. Ma poi, a un segnale misterioso, ecco che dal nulla compare una folla. Che si piazza tutta davanti a noi. Solo un accenno di reazione indignata da sprovvedute occidentali, poi capiamo. La coda a Cuba funziona così: arrivi, chiedi chi è l’ultimo, lo memorizzi e poi vai a farti gli affari tuoi. Così quando si sente quel segnale, la coda si ricompatta e noi ci troviamo molto, ma molto più indietro di dove stavamo all’inizio della nostra avventura.

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La faccio breve. Ore di coda per fare il biglietto, ore di ritardo per la partenza dell’autobus, ore di viaggio per arrivare a Santiago. E scoprire che i compagni tassisti sono in assemblea. Ma il nostro albergo è 15 chilometri fuori dalla città… Aspettiamo. Aspettiamo. Poi verso mezzanotte si fermano due ragazzi con una di quelle macchine anni ’50 che allora erano l’unico mezzo di trasporto possibile. Saltiamo su. E immediatamente ricordo di aver pensato: oddio, stiamo buttando a mare decenni di educazione (non si prendono passaggi, caramelle e quant’altro dagli sconosciuti). 

I due ragazzi non erano i mostri di Cuba. Ci hanno provato gentilmente, venite a ballare con noi?, siamo stanche grazie. Ci hanno depositato in hotel e arrivederci. 

Ho preso anche un passaggio da due ingegneri bulgari che stavano nel tavolo accanto a noi alla Bodeguita del Medio. Era un 11 settembre qualsiasi, non ancora una spunta nera sul calendario della storia. Sì, l’11 settembre 1973 avevano ammazzato Allende in Cile, ma eravamo davvero in pochi a collegare la data.

La mia amica aveva portato le candeline dall’Italia, torte non ce n’erano, le mettiamo su un panino... Ad un certo punto il cameriere arriva con una bottiglia di vino, offre il tavolo vicino. Nel tavolo vicino due coppie, due ingegneri bulgari che, scopriamo dopo aver ringraziato, con le mogli festeggiano alla Bodeguita il loro compleanno. In tre, quella sera eravamo nati l’11 settembre. Ci hanno offerto un passaggio, lo abbiamo preso e abbiamo scoperto che uno aveva una gamba rigida. Naturalmente era quello che guidava. Se lo avessimo visto in un film, saremmo usciti dal cinema indignati per la rozzezza della sceneggiatura.

Non erano le coppie assassine di Sofia, arriviamo all’Inglaterra e grazie. 

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Ho preso un passaggio una sera fuori dell’aeroporto di Hanoi da un signore a cui avevo chiesto un’informazione. Mi segnalò che suo cognato aveva un hotel e mi ci portò. Ci tenne a dirmi il prezzo, ridicolo, ma che lui considerava un po’ alto. Infatti era pulito e con qualche comodità. Non era il mostro del Vietnam, per fortuna. 

Ho preso un passaggio da un guardacoste su una spiaggia islandese. Mentre passeggiavo con un amico arrivò un mezzo, una specie di trattore con le ruote più alte che ho visto in vita mia. Ben più alte di me. Alla guida un islandese come te lo aspetti, biondo, abbronzato dal freddo, maglione con le trecce. Non dice nulla, ci fa segno di salire e così, nel silenzio assoluto, ci deposita in uno dei posti più belli in cui sia mai stata. Scogliera bianca a picco su una spiaggia nera, faraglioni, migliaia di uccelli tra cui i pulcinella di mare che paiono pinguini con le ali, ma sfrecciano in aria velocissimi. La sapeva lunga il guardacoste (mi sono convinta che quello fosse). E soprattutto non era il mostro di Reykjavik. 

Ecco, confesso che ho preso e dato passaggi. Deve essere per quello che mi ha colpito tanto la storia (il documentario è su Sky) di Pippa Bacca. Giovane artista milanese che si era messa in testa di girare mezzo mondo, in autostop e vestita da sposa (l’arte è arte e non si discute, ma certo doveva essere abbastanza bizzarra). Per dimostrare che vince l’amore e non la cattiveria. Lei il mostro lo ha incontrato nei panni di un camionista turco che l’ha ammazzata. 

Non credo che quando prendevo e davo passaggi il mondo fosse migliore, ma semplicemente a me lo sembrava. E i mostri di tutti i paesi devono averlo capito.


*LAURA GNOCCHI  (58 anni, giornalista in tanti giornali tra cui Repubblica, dove ho diretto il Venerdì. Ora lavoro in tv con Gad Lerner. Una cosa di cui sono orgogliosa: l’idea di intervistare tutti i Partigiani ancora viventi. Lo stiamo facendo, e con l'Anpi abbiamo raccolto i loro racconti in un libro, "Noi partigiani". Una cosa di cui mi vergogno: aver avuto un fidanzato genoano)


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