Burri&Beckett, le ferite della storia e l'attesa della vita

di NICOLA FANO*

Qui vi si propone un tragitto Roma-Città di Castello: impossibile, di questi tempi (a meno di comprovate esigenze ecc.). Ma proprio la sua impossibilità, vedrete alla fine, lo rende significativo: perché il problema in questione è come andare al di là delle apparenze. Aspettando.

A Roma, alla Galleria Nazionale (ex d’Arte Moderna), c’è una buona collezione di opere di Alberto Burri. Una volta erano tutte ben esposte, in ordine cronologico, nella grande sala al piano terra oltre l’ingresso. Ora, qualcuna è in magazzino e poche altre sono sparpagliate, accostate ad altrui opere in base a considerazioni empatiche della direttrice del museo, Cristiana Collu (i criteri cronologici cari alla storiografia di derivazione marxista non vanno più di moda, pazienza). Comunque sia, l’edificio neoclassico di Valle Giulia è un buon punto di partenza per entrare nell’enigma Alberto Burri. Prendete il Grande rosso del 1964: una ferita aperta sul mondo, si disse subito. Sangue che cola, s’aggiunse con una certa poeticità.

Alberto Burri Grande rosso Gnamjpg

(Alberto Burri, Grande rosso           1964       Gnam, Roma)    

Alberto Burri ha avuto una strana storia personale, molto diversa da quella di tanti altri artisti o intellettuali che hanno attraversato il Novecento dopo essersi formati ai tempi del fascismo. Nato a Città di Castello nel 1915, divenne felicemente medico prima della guerra. E come tale venne arruolato e spedito sul fronte africano. Catturato dagli inglesi, Burri fu imprigionato in Texas e bollato “irriducibile fascista”, poiché, dopo l’arresto, non aveva voluto sottoscrivere un atto di sconfessione del regime.

Lì, in prigione, dove restò fino al 1946, maturò la decisione di abbandonare la medicina e dedicarsi all’arte; sostanzialmente, da autodidatta. Ma dietro quella sua decisione si cela sicuramente un ripensamento totale di tutta la sua vita fin lì. Tornato in Italia, tramite Pericle Fazzini (un grande scultore sospeso tra arte astratta e figurativa, cofondatore con Vedova e Guttuso del Fronte Nuovo delle Arti nel 1947), Burri entrò in contatto con la cosiddetta Scuola Romana che, negli anni Trenta, aveva favorito una sorta di neo-espressionismo italiano di grande fascino: avete presente il Capogrossi figurativo, Fausto Pirandello, Emanuele Cavalli, Scipione? Però, nel 1948, Burri iniziò a fare di testa sua, fondendo cere e catrami per opere che, piuttosto, guardavano alla grande tradizione astratta del primo Novecento. Da Paul Klee a Hans Arp, hanno scritto. E di lì partì per la sua strada solitaria.

Alberto Burri Sacco 5P 1953 Fondazione Burrijpg

(Alberto Burri     Sacco 5P      1953     Fondazione Burri)

Alberto Burri non aveva un passato da partigiano da sfoggiare (tutti, all’epoca, avevano un passato da partigiani da vantare o millantare): era un diverso, da questo punto di vista. Guardato da tutti con un certo sussiego e amato da pochi. Quanto cominciò ad avere successo (parecchi anni dopo), i più si spicciarono a metterlo nel mazzo degli strani con Lucio Fontana (un altro solitario) e il Giuseppe Capogrossi delle forchette. E tutti i critici videro nelle sue combustioni, nelle sue tele di sacco strappate, nei suoi legni macerati e infine nei suoi cretti (letteralmente materia rinsecchita) il segno di una ferita: la ferita terribile che il mondo aveva subìto con la guerra voluta dai nazisti e dai fascisti e più ancora, poi, con l’Olocausto. D’altra parte, ammettere che una parte dell’umanità aveva sistematicamente annientato una parte di sé per pura crudeltà non è stato facile, per chi ha vissuto il passaggio dalla guerra al dopoguerra: lo strappo mai ricucito procurato dai lager alla Storia è lì ancora a testimoniarlo. Oltre a tutto, la consapevolezza di quella lacerazione ha costretto tutte le persone dotate di senno ad accettare in modo inoppugnabile che l’essere umano non solo è imperfetto, ma può essere perfettamente malvagio. E per il solo gusto di esserlo. Dopo l’Olocausto ne abbiamo avute assai dimostrazioni pratiche.

Alberto Burri, si scrisse e si disse, con le sue bruciature che parevano segni di lebbra e con i sui rottami di juta, ferro o legno esponeva le cicatrici delle ferite della storia. E molti si sono comodamente accodati a questa interpretazione semplice ancorché terribile: perché negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra assai strane cose sono successe nell’arte e nella creatività in genere. Cose oscure, sovente, o difficili da capire. Anche da parte di chi le realizzava come portando fuori di sé, in trance, un grumo interiore incomprensibile.

alberto burri sacco B 1953 Fondazione Burri jpg

(Alberto Burri     Sacco B                1953, Fondazione Burri)

Prendete Samuel Beckett. Quando, nel 1953, andò in scena a Parigi En attendant Godot, i più non ci capirono nulla, probabilmente a cominciare da Roger Blin che di quello spettacolo curò la regìa interpretando anche il ruolo di Pozzo. Forse è utile annotare – pensando al travaglio di Burri – che Beckett aveva cominciato a lavorare a Aspettando Godot molto prima, forse fin dal 1947 (l’anno della conversione di Burri) quando, dopo aver mancato il successo come narratore (il romanzo era la forma verso la quale egli si sentiva più disposto), l’autore mise mano a una commedia che poi cestinò, Eleutheria.

Che in Aspettando Godot non accada nulla è arcinoto: due tizi, Vladimiro e Estragone, aspettano un certo Godot che dovrebbe dare una svolta alla loro vita. Aspettano, e basta. Perché questo Godot non arriva mai lungo l’arco di due lunghi atti: due tempi identici uno all’altro, salvo che nel primo c’è un albero spoglio che nel secondo si copre di foglie (ah, come passa il tempo!). Sicché la critica, invece di soffermarsi sul verbo (aspettare) puntò tutto sul complemento oggetto (Godot). Qualcuno, addirittura, disse che God-ot era dio, il dio bestemmiato dall’umanità e ormai fuggito dall’orizzonte della terra. «Se avessi voluto parlare di dio avrei chiamato quel personaggio God, direttamente» fu costretto a intervenire Beckett. E, data la sua ritrosia e la sua spasmodica propensione al silenzio, chissà quanto gli sarà costata quella dichiarazione pubblica!

Insomma, si scrisse e si disse che Aspettando Godot era un apologo tragico sulla solitudine e sulla impossibilità di futuro. La testimonianza di una ferita non più rimarginabile. Come per Burri, insomma: uguale uguale.

Ma, è davvero così? Forse la questione in campo è un’altra. Vivere è aspettare, dice Beckett; e disporsi all’attesa è l’unico modo per essere sopresi dalla vita. Vladimiro e Estragone aspettano Godot che non arriva, è vero, ma al suo posto arrivano Pozzo e Lucky. Con i quali i due si intrattengono, si divertono, anche. Vivono, insomma. La vita è farsi sorprendere dalla vita. Ma perché ciò accada, occorre che ci si disponga alla sorpresa. Occorre aspettare, insomma. Consapevolmente.

Alberto Burri Sala E Ex seccatoi Citta di Castellojpg

(Alberto Burri                         Sala E    Ex seccatoi        Città di Castello)

Quando, nel 1993, gli attori del San Quentin Drama Workshop (una sublime compagnia di ex ergastolani) ottennero la grazia e poterono costituirsi in una normale compagine teatrale in grado di girare liberamente il mondo con i propri spettacoli, il loro leader, Rick Cluchey, chiese a Beckett (che per quella grazia si era molto e incredibilmente speso, dato il suo carattere) di dirigerli in una nuova edizione di tutti i suoi capolavori. Beckett accettò e, per la prima volta, si fece regista dei suoi testi.

L’ Aspettando Godot che ne venne fuori (l’anno dopo fu rappresentato anche in Italia e vederlo fu un’esperienza meravigliosa e traumatica insieme) era uno spettacolo fondamentalmente comico. Vladimiro e Estragone parevano due vecchi attori d’avanspettacolo, giacchetta piccola e lisa, pantaloni corti e bombetta alla Charlot, gesti rapidi e buffi. Pozzo entrava in scena come un impresario di varietà (con un cappotto col collo di astracane, avrebbe detto Totò) e Lucky recitava il suo proverbiale monologo del primo atto (per altro assai sfoltito da Beckett, per l’occasione) come un discorso imbrogliato degno del miglior Pietro De Vico. Vivere è aspettare, diceva la regìa di Beckett, altro che solitudine, tragedie e incomunicabilità: solo predisponendosi all’attesa di può essere sorpresi dalla vita. E il suo Aspettando Godot era effettivamente sorprendente. Le ferite si rimarginano; e si continua a vivere. Aspettando.

Quando, nel 1978, Alberto Burri decise di sistemare le sue opere a Città di Castello, suo luogo di nascita al quale era rimasto sempre legato, diede vita prima alla collezione di Palazzo Albizzini (aperta nel 1981, non perdetevela!) e poi a quella, magnifica, degli ex Seccatoi di tabacco, messi a disposizione dal Comune locale. Si tratta di una struttura industriale destinata in origine alla conservazione del tabacco coltivato nella zona dell’Alto Tevere. Burri ne progettò il recupero e l’uso: un enorme corpo squadrato interamente dipinto di nero all’esterno, che al suo interno ora conserva le grandi e grandissime opere dipinte, sotto forma di veri e propri cicli, tra il 1974 e il 1993 (Burri è morto due anni dopo, all’inizio del 1995).

samuel beckett e rick clucheyjpeg

(Samuel Beckett e Rick Cluchey)

A parte un ciclo di monocromi e altri, strepitosi, nero e oro, ci sono moltissime opere che sfavillano di colori. Vere e proprie esplosioni di vitalità tramite forme ora geometriche ora sinuose. Un assoluto piacere per gli occhi. È come quando, poco più che neonati, iniziamo a prendere coscienza dei colori e delle forme: lì in quella gioia sconcertante e sorprendente ci porta questo Burri. E son ricuciture, suture, ricostruzioni dopo le i tagli e le combustioni: «Le ferite si rimarginano». L’intuizione su Burri, beninteso, non è mia, ma di Leone Piccioni – critico letterario, giornalista, esperto d’arte, amico di Burri. E non è una considerazione di ora, bensì fatta allora da Piccioni, di quegli stessi Anni Cinquanta che tanta confusione determinarono nella creatività d’Occidente. Con Burri, Beckett e qualche altro genio solitario, a rimestare idee, allegorie e suggestioni nel proprio teatrino di dolori da superare.

Le ferite guariscono. E torna la vita. Torneremo a viaggiare tra Roma e Città di Castello: basta aspettare.


*NICOLA FANO (1959. Vive tra Roma e Torino dove insegna all’Accademia Albertina di Belle Arti l’astrusa materia di Letteratura e filosofia del teatro. Da quarantacinque anni va a teatro quasi tutte le sere e, giacché è recidivo, alla storia del teatro ha dedicato i numerosi libri che ha scritto. Detesta il calcio, ma gioca a pallacanestro: quando smetterà di farlo, con ogni probabilità, morirà)


clicca qui per mettere un like sulla nostra pagina Facebook
clicca qui per rilanciare i nostri racconti su Twitter
clicca qui per consultarci su Linkedin
clicca qui per guardarci su Instagram

e.... clicca qui per iscriverti alla nostra newsletter