ARTINVIAGGIO - Gemito e Viviani, il doppio di Napoli

di NICOLA FANO*

Quando lesse i romanzi di Arthur Schnitzler, Sigmund Freud rimase turbato. Nel Sottotenente Gustl – e in genere nell’invenzione del “monologo interiore” – Freud trovò un doppio di sé; un sosia. Il suo perturbamento (ne parlerà, poi, in un saggio del 1919 intitolato appunto Il perturbante) derivò dal fatto che Schnitzler era arrivato alle sue stesse conclusioni tramite un percorso cognitivo completamente diverso dal suo. È vero, l’autore della Signorina Else era un medico, ma di tutt’altro genere rispetto a Freud. E, comunque, la “teoria psicoanalitica” di Schnitzler aveva una genesi e uno sviluppo interni alla letteratura: niente a che vedere con il rigore scientifico che – ovviamente – aveva ossessionato Freud!

Lo stesso perturbamento, lo stesso sconcerto come di fronte a un sosia, deve averlo provato Raffaele Viviani accostandosi alle opere di Vincenzo Gemito.

raffaele viviani scugnizzojpg

Per chi – sfortunatamente per lui – non ha pratica di cultura napoletana, Viviani e Gemito sono due protagonisti della creatività europea del primo Novecento (anche se Gemito iniziò la sua attività negli ultimi decenni del secolo precedente) cresciuti nel corpo di Napoli. Vincenzo Gemito (1852-1929) è stato scultore straordinario, pittore autodidatta e genio irregolare; Raffaele Viviani (1888-1950, nato a Castellammare di Stabia, la famiglia presto si stabilì a Napoli) ha messo in scena la città in veste di attore e autore parlando e scrivendo una lingua vera e carnosa che il regime fascista, temendo il carattere sovversivo del suo realismo, bandì in quanto vernacolare. Nel senso che la cultura ritta di fronte all’onor di patria dei fascisti non tollerava smancerie in dialetto! Figuriamoci le forme disperate di Gemito! Fortuna che lo scultore morì in tempo, anche se, comunque, ha dovuto sostenere il confronto con i Savoia (essi stessi impettiti) che però, dài e dài, dovettero comunque chiamarlo a adornare la nuova Napoli italianizzata.

Sono tanti gli elementi che accomunano lo scultore e l’attore. Prima di tutto, un certo modo di concepire Napoli. Perché, vedete, Napoli non è una città; è un universo a parte, dotato di un suo immaginario, di un suo mondo di riferimenti, di una sua specifica sociologia. Non c’è accademia, a Napoli: lì si diventava importanti rispondendo a logiche che nulla avevano a che vedere con il resto del mondo (e forse oggi, in parte, è ancora così). Un grande scrittore milanese, poniamo, poteva agevolmente essere annoverato in un contesto culturale europeo, uno napoletano no. Un napoletano è un napoletano: dialoga con la città, con il mare e con la luna. E ha bisogno di quel suo mondo per esprimersi: se non ci fosse Napoli, i suoi meravigliosi artisti non ci sarebbero. Punto. Mai essi avrebbero potuto raccontare allo stesso modo una realtà differente.

Vale per i teatranti: che ne sarebbe stato di Silvio Fiorillo, di Andrea Calcese, di Michelangelo Fracanzani, di Pasquale Altavilla, di Antonio Petito (vale a dire la linea dei grandi Pulcinella dal Cinquecento all’Unità d’Italia) senza la società napoletana, la sua gente, la sua furbizia e la sua lingua? Vale per i poeti: non si possono neanche immaginare un Basile, un Di Giacomo, un Libero Bovio deprivati di quella lingua musicale, di quei palazzi nobilmente fatiscenti, di quei santi possessivi, di quei pesci che fanno l’amore con la luna e che invece popolano i loro versi. Vale anche per Vincenzo Gemito e vale per Raffaele Viviani, dunque.

vincenzo gemito autoritratto sculturajpg

(Vincenzo Gemito,  autoritratto)

I quali, però, in comune avevano sia il tenace, radicale attaccamento al loro mondo e sia la conseguente repulsione per l’altrui accademia. Eppure, la loro storia di irregolari (sempre sull’orlo della follia, Gemito; costantemente abbandonato alla solitudine, Viviani) è in qualche modo atipica anche rispetto alla società delle lettere napoletana. Perché poi Napoli rappresenta un altro mondo (i titoli conquistati altrove, lì non valgono) eppure essa stessa ha le sue convenzioni, le sue regole, la sua buona società. E Gemito e Viviani questa roba non l’hanno mai frequentata. E dunque hanno scelto in autonomia, come due sosia, di partire dal basso e mettere in scena gli ultimi. Sentendosi a disagio ovunque, altro che sul loro personale palcoscenico.

Gemito, inseguendo una donna che morì troppo presto, visse una breve stagione a Parigi (fra il 1877 e il 1880) nella quale si illuse di poter essere ammesso nel salotto buono d’Europa: alcuni grandi critici lo lusingarono, Edgar Degas lo scopiazzò e il vecchio Ernest Meissonier lo adottò come un allievo scapestrato. Ma lui, perenne insoddisfatto, scappò. Lasciò a Parigi tracce dei suoi scugnizzi fusi nel bronzo e se ne tornò a Napoli. Viviani, invece, braccò per anni il sogno milanese. Debuttare a Milano, per lui, sarebbe stata la consacrazione (così son fatti i napoletani…): e invece, agli inizi degli anni Dieci, quando era uno dei massimi divi del Varietà e spopolava sia a Napoli sia a Roma, conobbe lì a Milano un fiasco epocale. Lui stesso, nelle sue memorie, fa il computo dei pomodori e delle insalate che gli lanciarono dietro. Tornò a Napoli, è chiaro.

vincenzo gemito autoritrattojpg

(Vincenzo Gemito,   autoritratto)

L’arte di Vincenzo Gemito è tutta imperniata sulla perfetta imperfezione dei corpi che scolpisce. Acquaioli, pescatori, zingarelle, bambini che giocano: le sue figure hanno forme straziate dalla miseria e dal dolore. Lui stesso, del resto, era venuto al mondo su una “ruota degli esposti”: neonato abbandonato (doveva chiamarsi “Genito” ossia “senza genitori”, ma all’anagrafe scrissero “Gemito” e lui accettò la sorte: «Gemito mi chiamo: Gemito significa dolore», spiegò). La fame è stata una delle sue compagne più care, anche perché scelse l’arte per vocazione, non per formazione. E maneggiava la creta, dicono, come nessun altro: levigando mani nodose e riccioli sporchi e ribelli. Un ragazzino Pescatore che accarezza il pesce rubato al mare, per metà prefigurando un lauto pasto, per metà provando affetto per un solitario come lui, è una delle sue sculture più famose (è del 1877, ed è conservata al Museo Nazionale del Bargello di Firenze).Il volto di una zingara giovanissima, saggia e sorpresa dalla vita è, invece, uno dei suoi dipinti più celebrati (è un acquarello del 1885 conservato a Palazzo Zevallos di Napoli). Pescatori e Zingari: sono i titoli di due dei testi più importanti di Raffaele Viviani (rispettivamente 1925 e 1926). Appunto: un’attenzione costante nei confronti degli ultimi; ma non con l’occhio dell’antropologo ante litteram bensì con quello del proletario organico. Nel senso che Gemito e Viviani non solo non avrebbero potuto raccontare altro che Napoli, ma della stessa Napoli non avrebbero potuto rappresentare altro che la sua anima sconcia, autentica e affamata.raffaele viviani vecchiojpeg

(Viviani da vecchio, foto del Burcardo)


Eravamo rimasti al 1910, al fiasco di Milano. Viviani si rifece presto diventando (insieme all’amico Ettore Petrolini) uno delle maggiori vedette del teatro di Varietà: «L’arte del variété è un’arte specialissima. Chi ve la insegna? L’ambiente stesso, il pubblico, e il pubblico è il più gran maestro. S’impara da sé, per propria esperienza», scrisse nelle sue memorie. Lo scugnizzo era il suo pezzo forte: un personaggio che si chiama Fifì Rino ed è ricercato dalla polizia e dalle donne («Oh, Rino di qua! Oh, Rino di là»). Ma per assurgere all’empireo dell’arte ci volle Caporetto. Dopo la disfatta, il governo di Roma vietò il teatro comico e il Varietà: come si poteva ridere, in presenza di quella tragedia nazionale! E allora, dal 1918, Viviani s’inventò una nuova forma di teatro allargando alla misura dell’atto unico i bozzetti delle sue caratterizzazioni: dopo aver raccontato con brevi, sapidi monologhi i suoi personaggi, li inserì nella vita dei vicoli napoletani. E confezionò una straordinaria fotografia della vita popolare della città. In una manciata di mesi di lavoro febbrile vennero fuori minuti capolavori che rispondono ai titoli ‘O vico, Via Toledo ‘e notte, Piazza Ferrovia, Scalo Marittimo, Piazza Municipio… Ladri, puttane, scugnizzi e anime belle, mendicanti e prepotenti, rubacuori e sciampiste sono i protagonisti di queste opere mirabili: tutti messi in scena per ciò che erano. Ossia frammenti di vita autentica. E dunque ciascuno aggrovigliato intorno alla violenza della fame e della miseria. La stessa cui qualche decennio prima Vincenzo Gemito aveva dato membra e forme.

Insomma, senza la scultura di Gemito, il teatro di Viviani non esisterebbe. Oppure parrebbe un’invenzione letteraria, un eccesso di realismo.

Alcune decine di anni fa un vecchio comico, Beniamino Maggio, eroe di mezzo di una straordinaria famiglia d’arte, mi raccontò un curioso episodio al quale aveva assistito. Il padre, attore anche lui, l’aveva condotto bambino a una serata d’onore di Raffaele Viviani la cui occasione non era stata chiarita agli ospiti. «Viviani era vecchio – mi disse Beniamino – e malato. Doveva essere subito prima della guerra». Si presentò in scena uno scugnizzo, «un ragazzino – secondo Beniamino – sicché tutti pensammo che Viviani aveva dato quella serata per presentare in arte suo figlio. Era bravo, smilzo, contorto. Solo alla fine, quando si sciolse per gli applausi, capimmo che non era il figlio, era proprio lui, don Raffaele. E pareva un ragazzino. Era bravissimo». E invece morì solo e contrastato da tutti: prima della guerra, i fascisti lo accusarono di mettere in piazza gli orrori d’Italia; dopo la guerra gli dissero che rappresentava il vecchio e che invece l’Italia libera andava incontro al futuro. Gli ultimi anni, per lui, furono un incubo continuo.

Vincenzo-Gemito zingara 1885 Palazzo Zevallos Napolijpg

(Vincenzo Gemito, Zingara     1885     Palazzo Zevallos, Napoli)

Gemito, invece, dai suoi incubi entrava e usciva continuamente. Nel 1887, addirittura, si fece chiudere in manicomio sperando di trovare pace. E, poi, dopo esserne fuggito, si autorecluse in casa, ossessionato dal dolore di due mogli perdute e una madre morta. E graffiava fogli e creta. Le sue facce spolpate e i gli occhi spiritati delle zingarelle che dipingeva, all’alba del Novecento vennero rubricate con il termine “vernacole” (come sarebbe successo a Viviani, appunto): come tali furono esposte alle prime edizioni della Biennale di Venezia. Tanto che egli finì con l’accettare la sua dimensione napoletana che gli altri definivano “provinciale”. E invece Napoli era il mondo. Un mondo dove il dolore si legge un po’ meglio che altrove, dove si piange facendo meno scena e si ride per sopravvivere. Come nelle commedie di Viviani, appunto, il sosia di Gemito, come avrebbe detto Freud se avesse conosciuto l’uno e l’altro.


*NICOLA FANO (1959. Vive tra Roma e Torino dove insegna all’Accademia Albertina di Belle Arti l’astrusa materia di Letteratura e filosofia del teatro. Da quarantacinque anni va a teatro quasi tutte le sere e, giacché è recidivo, alla storia del teatro ha dedicato i numerosi libri che ha scritto. Detesta il calcio, ma gioca a pallacanestro: quando smetterà di farlo, con ogni probabilità, morirà)


clicca qui per mettere un like sulla nostra pagina Facebook
clicca qui per rilanciare i nostri racconti su Twitter
clicca qui per consultarci su Linkedin
clicca qui per guardarci su Instagram

e.... clicca qui per iscriverti alla nostra newsletter