I tuffi proibiti di Plitvice


di GIGI SPINA *

Sarà capitato anche voi. Non di avere una musica in testa, ma di non avere il costume nella borsa da mare. Solo che io ero in Grecia, qualche anno fa.

Ma questo è stato dopo, come dicono i grandi scrittori.

Nel luglio del 1991 ero a Plitvice, mentre la Jugoslavia si scomponeva in stati indipendenti.

Ma anche questo è stato dopo.

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(Laghi di Plitvice         foto di Gigi Spina)

In Jugoslavia ero già andato nel luglio 1969 col mio amico Carlo (amico dalla prima media, tornerà in qualche altro racconto, come tornerà la Grecia).

Finito il militare io, laureati entrambi, partiamo con una 500 da Salerno, con destinazione Jugoslavia, Bulgaria, Romania. Vogliamo sentire il respiro dei paesi comunisti e vedere il sol dell’avvenir; torniamo che ci hanno presi per pazzi, oltre a voler comprare la 500. I nostri coetanei che incontriamo si ribellano già a quei regimi, perché ne avvertono l’oppressione e la repressione delle minoranze; un ragazzo in Romania ci chiede di inviargli dischi dei Beatles (poi gli invieremo il manifesto del mitico White Album). Ce lo chiede a Bucarest, dove la città sta imbellettando l’arteria principale perché dovrà arrivare in visita Nixon.

LA SCHEDA GOOGLE:       PLITVICE

In Bulgaria, per fortuna, trovo un’amicizia che dura ancora. Verso il Mar Nero carichiamo in macchina un arabo, forse figlio di un potente sceicco che, sporgendosi dal tettuccio aperto della macchina, grida frasi irripetibili auspicando incontri erotici. Ma in Jugoslavia, dopo aver incontrato lungo la strada una bellissima ragazza che fa la pastora mentre legge un Moravia in slavo (!), ci fermiamo a Niš e capitiamo in una piazza affollata di gente che, quasi in processione, componeva un ovale perfetto che si snodava con lentezza. Allora ci siamo infilati anche noi nel corteo e guardavamo anche noi le ragazze che, ai bordi del passeggio, si scambiavano eloquenti occhiate con i ragazzi in processione. Non abbiamo resistito alla tentazione. L’amico non ci ha pensato due volte, mentre io, come al solito, mi facevo carico della vergogna dell’italiano all’estero che fa casino. Si è abbassato e ha cominciato ad allacciarsi e slacciarsi una scarpa. La processione si è fermata; ha atteso paziente che lui finisse la pantomima.A Mostar ci siamo fermati sul famoso ponte, poi bombardato e ricostruito, aspettando che il compare del ragazzo in costume da bagno, già pronto in bilico sul parapetto, raccogliesse i soldi necessari per dare il via al famoso tuffo dal ponte.

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(Laghi di Plitvice      foto di Gigi Spina)

Ecco, volevo parlare dei tuffi e del costume ma i ricordi mi hanno investito e coinvolto.

Allora riprendo dal 1991. Andiamo a Plitvice in comitiva, famiglie e figli al seguito. Un parco naturale meraviglioso, con sentieri che si snodano con passerelle di legno lungo laghetti, vegetazione fitta, cascate: l’Eden popolato da umani e senza il rischio della mela. Ci si ferma a dormire, fuori dal parco, in costruzioni di legno, simili a palafitte o chalet montani. Nel 1991 è già tutto abbastanza organizzato. Quando ci sono tornato, nel 2014 (era ormai Croazia), il turismo era molto più attrezzato, come del resto i turisti, ma i divieti erano molti di più.

Nel 1991, ecco che arriviamo al tuffo e al costume, il divieto della mela si materializza in un laghetto con piccola cascata che esige, reclama, implora un tuffo con passaggio sotto la cascata e breve perlustrazione della grotta che si intravede al di là degli spruzzi. Lo so, c’è il divieto di tuffarsi, ma non è scritto così chiaramente in tutte le lingue; e poi, l’ultimo cartello che, forse, lo proclamava, è ormai lontano. Insomma, alla tentazione non si resiste, anche se non ho il costume. Lo slip non è neanche colorato (e non siamo ancora nell’era dei boxer arabescati). Mi tolgo rapidamente il pantaloncino corto, mi sfilo la maglietta; mentre la mia comitiva sta ancora a chiedersi cosa mi è preso, mi tuffo senza pensare al fatto che non diventerò come un dio, dunque rischio di essere scacciato per sempre da quell’ Eden. Il fatto è che, tuffandomi, mi sento davvero un dio (non a caso ho scritto da poco un racconto sulla Tomba del Tuffatore di Paestum); non sono neanche stato scacciato, tanto è vero che quando ci sono tornato, nel 2014, non hanno fatto una piega e mi hanno lasciato entrare nel parco.

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(Laghi di Plitvice      foto di Gigi Spina)

Ora veniamo al tuffo greco. In Grecia vado dal 1977, da quando un amico che era stato in Calcidica tornò raccontando che ci si tuffava in acqua dagli alberi che protendevano in mare i loro rami! Altra tentazione. Non ci sono andato proprio ogni anno, ma continuo ad andarci quasi ogni estate, soprattutto da quando ho scoperto il Mani, o la Mani, come bisognerebbe chiamarla, perché è femminile. Preciso che solo dopo tale scoperta ho letto il libro di Patrick Leigh Fermor, Mani. Viaggi nel Peloponneso.

LA SCHEDA GOOGLE:     LACONIA

 Sì, perché la Mani (se poi la volete chiamare Maina, come Wikipedia, sono fatti vostri) è il dito centrale del Peloponneso, le cui costruzioni in pietra ricordano le torri di Bologna; solo che, come ho letto, mentre a Bologna chi le costruiva faceva a gara a chi ce l’aveva più alta, nella Mani averla più alta serviva solo a distruggere quella del vicino, scaricandole sopra massi e oggetti demolenti!

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(Laconia       foto di Gigi Spina)

Ma torniamo definitivamente al tuffo. Siamo in Laconia. Anche in questo caso parliamo di una prima volta e di un ritorno: la prima volta (estate 2006) ci avviamo con la nuova comitiva (con mia moglie Donatella che parla il greco moderno e quindi merita di essere immortalata in foto) lungo un sentiero sterrato, tipicamente greco, di quelli capaci di portarti, se sai osare anche in macchina, a traguardi inattesi. Come una volta che, in Messenia, arrivammo a Tsapì, in una taverna sul mare assolutamente fuori da ogni ipotesi di segnalazione turistica, dove sbucciarono sul momento qualche patata e arrostirono un pollo. Solo per noi.

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(Indicando capo Malea         foto di Gigi Spina)     

Il sentiero della Laconia porta, invece, attraverso una foresta pietrificata, direttamente a capo Malea. Fa caldo, è pomeriggio e mai penserei a un nuovo bagno. Ma quando arriviamo al capo, e il mare ci si spalanca davanti con un colore irresistibile che suggerisce un tuffo neanche pericoloso, ecco che non perdo neanche un attimo a imprecare sul fatto che sono venuto senza costume. Non ricordo ora se avevo un boxer o uno slip colorato. So che mi butto di nuovo nell’altro elemento (citazione, cfr. Giovanni Pirelli) godendo dell’impatto, del fresco, del narcisistico godimento di aver potuto fare ancora una ragazzata pur in non tenera età. A capo Malea siamo tornati qualche anno dopo, nel 2018, se non altro a documentare l’evento, visto che allora non c’era stato il tempo o non ci avevamo pensato. Per fortuna, però, perché come ogni evento non documentato da foto o video, il tuffo si ingigantisce nel ricordo, ritorna sempre nuovo e diverso. Diventa materia di racconto. Come in questo caso. Voilà!


* GIGI SPINA (Salerno, 1946, è stato professore di Filologia Classica alla università Federico II di Napoli. Pratica jazz e tennis. Gli piace pensare e scrivere, mescolando passato e presente)


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